Verso l’alto: i passaggi della vita
- Giovani
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Dopo i miei primi esercizi spirituali nella primavera del 2024, alla domanda del mio educatore che mi chiedeva se avessi voluto partecipare agli esercizi spirituali di quest’anno non ho valutato altra risposta che “sì”. Sono un’occasione unica, un ritaglio di tempo che ci si prende per distaccarsi
dalla frenesia della quotidianità, dalle scadenze, dalle difficoltà e dalle pressioni che riceviamo dall’esterno ma che alle volte ci autoimponiamo, e che ci è utile per far riposare mente e corpo per, citando il cardinale Carlo Maria Martini, «mettersi in ascolto dello Spirito perché ci aiuti a conoscere la volontà di Dio nell’oggi». Chi vi partecipa potrà anche essere considerato “strano” o “pazzo” (come suggeriva il caro don Emanuele, nostro compagno in questi esercizi), ma se è questo il significato, allora posso dire di esserne molto orgoglioso.
Non è un caso che gli esercizi capitino sempre in un periodo particolare della vita, quando c’è
qualcosa che non va o che ci turba particolarmente. Ognuno di noi giovani è arrivato quel venerdì pomeriggio con una sua storia, con i propri dubbi e interrogativi, carico di entusiasmo o pieno di timidezza, magari perché alla prima esperienza di questo genere. Ma per quanto le nostre vite possano risultare uniche e irripetibili, e certamente lo sono, ci sono dei fattori comuni che le rendono congiunte.
Don Emanuele ci ha proposto come sfondo tematico proprio uno di questi comuni denominatori: i “Passaggi”. Il tema del passaggio riprende l’etimologia della parola “Pasqua” (dal greco “Pascha”), giorno in cui noi cristiani celebriamo il passaggio di Gesù Cristo dalla morte alla vita. Anche il nome “Esercizi di risurrezione” riprende non a caso questo collegamento.
Con i primi due passi propostici (Mc 16,1-8 e Es 14,15-15,1) abbiamo avuto modo di pensare a quelle situazioni in cui ci siamo sentiti spaventati e intimoriti, come le donne davanti al sepolcro vuoto, o ancor di più inermi, senza sapere come riuscire ad agire o a divincolarsi da determinate situazioni o relazioni in cui ci siamo sentiti costretti, sperimentando ciò che provarono gli Israeliti ingabbiati tra il Mar Rosso e l’esercito degli Egiziani. Proprio come raccontato in questo brano, però, il punto focale sul quale bisognava riflettere era che nel nostro cammino non siamo abbandonati a noi stessi, non ci dobbiamo far travolgere dagli eventi, ma dobbiamo avere l’adulta consapevolezza che il Signore ci tiene per mano, ci consiglia, ci suggerisce.
A volte però mettiamo in dubbio questa preziosa compagnia e ci sentiamo come i discepoli sulla barca durante la tempesta (Ma 4,35-41); intimoriti, richiamano Gesù che dorme a poppa e lo svegliano con la domanda «Maestro, non t’importa che moriamo?», palesando una non fiducia nei Suoi confronti, che però li aveva messi alla prova di fronte alla loro più grande paura. Così anche noi, nei momenti di prova, di sconforto, di dolore o di difficoltà, quando ci sentiamo presi di mira nel cuore delle nostre paure, dubitiamo della sua vicinanza, mettiamo in discussione il suo amore per noi, ci ammaliamo di negatività. Non nascondo che non sia semplice, per quanto mi riguarda, affidarsi completamente al Signore durante i “passaggi necessari”, ad esempio in periodi intensi, in
momenti in cui sono posto davanti a bivi e a compiere scelte importanti, davanti a difficoltà nelle relazioni. Tuttavia, ritengo che la scelta di essere cristiani sia condizionata da una continua ricerca di Dio e una sempre più forte convinzione della Sua vicinanza e del Suo amore per noi.
Un buon dottore, per somministrare farmaci al paziente, deve conoscerlo bene, e non c’è nessuno migliore di Lui in questo, tanto da sussurrarci «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?», proprio come fosse una pillola un po’ dura da mandare giù, a denotare quasi un senso di colpa per aver dubitato.
In questo, però, dobbiamo fare la nostra parte prendendo consapevolezza di noi stessi, ponendo la giusta domanda e munendoci di umiltà per ricevere (o incassare, dipende dalla “pesantezza”) la risposta. Se ne rendono conto il lebbroso e il cieco Bartimèo (Ma 1,40-45 e Ma 10,46-52) che, consci di chi fosse Gesù e ben consapevoli di ciò che aveva fatto in precedenza, Lo pregano di liberarli dalla loro malattia solo se Lui lo volesse. Questi brani appartengono alla sfera dei “passaggi che guariscono”, al momento in cui chiediamo aiuto e preghiamo affinché ci mandi un segno, per una guarigione fisica o spirituale. Quella risposta magari giunge a noi sotto mentite spoglie, di soppiatto e ce ne accorgiamo dopo un po’, magari anche dopo anni, ma quella risposta arriva sempre. Ho sempre pensato che Dio mi mostrasse il cartello che indica la via, e non la strada da percorrere in maniera diretta, come a dire “ho fatto il mio, ma adesso tocca a te”.
La domenica mattina ci viene proposto il brano della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mc 6,30-44). Anche in quel momento in evidente difficoltà, i discepoli si affidano a Gesù per chiedere come fare a sfamare tutta la gente che li aveva seguiti, avendo come risposta «Voi stessi date loro da mangiare». A mio parere uno dei passi più belli e significativi, in cui Gesù anticipa il suo sacrificio per noi e ci invita a donare noi stessi, quel poco che abbiamo e che siamo, per compiere il passo verso l’età adulta e consapevole, diventando così non solo “bocca” ma anche “panino”, come suggeriva Don Emanuele, raccomandandoci di trovare un equilibrio tra queste due condizioni.
Prima della Santa Messa, dopo il weekend passato tra momenti di silenzio, riflessione ma anche di convivialità, abbiamo scritto la nostra professione di fede personale, un gesto che permetteva di presentare le ragioni per cui noi crediamo in Gesù. Come dei figli, abbiamo posto tutte le nostre professioni di fede sull’altare durante la celebrazione, come a volerle rendere impresse in noi e a metterle in comunione con quelle dei nostri coetanei.
Come ricordo di questi momenti ci è stato donato un portachiavi con un girasole, segno di luce e di positività, un augurio per le nostre vite e per trasmetterci una luce di speranza per il futuro ogni volta che lo guardiamo e per evocare in noi splendidi ricordi.
Concludendo, se qualcuno mi dovesse mai chiedere se gli esercizi spirituali siano veramente utili a qualcosa risponderei che non risolvono i problemi, come anche i sacerdoti durante il sacramento della riconciliazione, ma ti danno quell’atto di moto che ti serve a continuare il cammino della vita, mai semplice ma sempre unico e meraviglioso.
Francesco Pesce
Parrocchia Maria SS Annunziata, Modugno